Vale la pena essere anonimi?

Sulla scia dell’articolo di Mariangela Vaglio scritto su TechEconomy vorrei buttare giù alcune considerazioni che da un paio di giorni mi stanno passando per la testa.

Mariangela Vaglio nel suo articolo parla dell’impossibilità di essere anonimi in questo mondo digitale a meno che non si sia provetti hacker. Tralasciando la questione puramente semantica dell’utilizzo della parola hacker (io probabilmente avrei usato un più generico smanettone) e sul fatto che avere un livello di anonimità che consenta di navigare online senza lasciare sufficienti tracce per essere individuato è abbastanza alla portata di tutti, vorrei capire se ancora oggi ha senso navigare in maniera anonima.

anonymity

Mi spiego meglio: fino a circa un anno fa l’indirizzo email che usavo principalmente era hostato da A/I (un collettivo che si occupa di privacy, anonimato e media-attivismo digitale), Fake Name Generator era uno dei servizi che usavo maggiormente e tenevo in gran considerazione il fatto di lasciare la minor traccia possibile delle mie attività online, non perché facessi chissà cosa di illegale ma perché non mi andava a genio – e ancora oggi non mi va del tutto – che aziende commerciali campassero di rendita sui miei dati personali.

Da allora ho invertito abbastanza questo trend, se prima mi registravo a servizi con nomi e indirizzi email più o meno fasulli, ora la maggior parte degli account che uso li creo a mio nome. Non perché le aziende siano diventate più buone, più discrete o responsabili nell’utilizzo dei miei dati, ma perché sono io in prima persona ad aver bisogno di essere riconosciuto online.

Nella mia attività online quotidiana produco contenuti dotati di senso: banali tweet, commenti tecnici su 3d specifici, post su questo o su altri blog. Tuttavia sono contenuti che io produco e che voglio che mi siano riconosciuti. Col passare del tempo, la necessità di vedermi riconosciuti questi contenuti è diventata sempre maggiore. I miei giorni da universitario si stanno (fortunatamente e con somma gioia per il portafoglio dei miei genitori!) concludendo e a breve mi troverò necessariamente e definitivamente a confronto con un mondo lavorativo particolarmente difficile. Non che fino ad ora mi sia guardato bene dal lavorare, ma l’approccio lavorativo che ho avuto non era nell’ottica dell’auto-sostentamento.

Nel presentarmi a questo mondo lavorativo, nel varcare le porte che (spero!) mi verranno aperte, non potrò presentarmi esclusivamente nella mia fisicità, portando curriculum a destra e a manca, facendo colloqui nei quali cercherò di dimostrare in pochissimi minuti che l’insieme di doti personali e le skill acquisite in questi anni possono effettivamente portare un valore aggiunto nell’azienda per la quale starò facendo quell’intervista, ma verrà sicuramente esaminata anche la mia presenza online, sempre che questa non sia direttamente il mio biglietto da visita.

Diventa, quindi, fondamentale riuscire a sviluppare una identità e una presenza online tanto più affermate quanto possibile. Rimanere avvolto nel mantello dell’anonimato per me, come per qualsiasi altra persona, oggi, non è una scelta vincente. Ed è proprio in questo senso che il lavoro che Google ha cominciato a fare con l’autorship mi (ci) viene incontro: attraverso la pagina di g+ riesco a legare tutti i contenuti che produco e li rendo facilmente recuperabili anche nella SERP.

Rieccoci alla questione principale: vale la pena essere anonimi? No, almeno non nel mio caso. Certo se sei un attivista politico, un dissidente in un regime di censura allora questa è una non-scelta, o l’anonimato o la prigione (se non peggio). Ma nel mio caso, come in quello della maggior parte delle persone, la necessità di legare tutti i contenuti che produco al mio nome è vitale. Se poi vivi in uno stato di diritto e senti comunque la necessità di anonimato dettata dalla volontà di non subire le conseguenze delle tue azioni, beh qui entra in gioco la morale, ed è tutta un’altra questione!